Pensieri in libertà

L’autobus per andare a scuola.

Frequentavo la prima media, quando iniziai a prendere l’autobus da sola. La mia scuola era in pieno centro, mentre io abitavo in periferia. Così, ogni mattina, mi ritrovavo su quegli squallidi sedili per circa mezz’ora. E, al ritorno, la stessa cosa.

Amavo quei trenta minuti. Non li trovavo affatto noiosi.

Nelle fredde mattine d’inverno ventose, la pallida adolescente svampita qual’ero, si posizionava al palo giallo cinque minuti prima dell’arrivo previsto. Un cappotto pesante tutto colorato, gli stivali di gomma e le cuffie nelle orecchie. Gli occhiali rettangolari, per niente alla moda, e la musica che mi scaldava.

Camminavo su e giù, mentre coi piedi battevo il tempo, e cercavo di non prendere troppo freddo. Ricordo quei minuti interminabili con gioia. Ero spensierata, dopotutto. Il mio unico pensiero era quello di tenere d’occhio la grande salita, per controllare se l’autobus stava arrivando.

Uno zaino più grande di me posizionato immancabilmente dietro le spalle, anzi dietro la spalla. Era una moda di quei tempi, quella di indossare la cartella in quel modo bizzarro, ed io non volevo essere più fuori moda di quanto già non lo fossi, così seguivo le frenesie del momento.

Ripetevo tra me e me le lezioni, da perfetta secchiona.

Poi, d’improvviso, quando il freddo stava per divenire insopportabile ed il cervello iniziava a congelarsi un po’ troppo, eccolo che arrivava.

A gran velocità, scendeva rapidamente quella macchia arancione, ed i suoi fari illuminavano la strada deserta. Puntualmente, mi accecavano.

Alzavo le mani affinché l’autista mi  notasse, ed anche se ormai quel rituale si ripeteva da anni, continuavo quasi compulsivamente a portare avanti quella squallida tradizione.

Un meccanico buongiorno all’autista, e mi accomodavo al classico posto. Il primo, quello dietro l’autista. L’unico singolo.

Il posto degli sfigati, lo chiamavano gli altri ragazzi, e per tale ragione rimaneva sempre vuoto, quasi fosse riservato a me, anche nei rari giorni in cui l’autobus era davvero affollato.

Gremito di altri studenti di tutte le età, la macchina arancione riprendeva la sua corsa e avanzava indisturbata per le vie del mio quartiere, fino a giungere in centro.

Guardandomi intorno, potevo notare sempre le stesse facce. Gli stessi gruppetti di ragazzi, le stesse vite frenetiche che, come me, ogni mattina si ritrovavano sulla linea 23 per andare a scuola.

Apatici, ripetevano svogliatamente le lezioni o parlavano con voce assonnata tra loro.

La mia musica, intanto, avanzava di pari passo con la strada, che veniva divorata immancabilmente dal mezzo. Ogni tanto nuovi volti salivano, ed era facile indovinare di chi si trattasse: ero un’abitué degli autobus, ormai!

Scendevo al capolinea, quando ormai pochi corpi oltre me erano rimasti sul mezzo. Un cenno di saluto, un salto dallo scalino e via, di nuovo nell’aria gelida del mattino, per la strada verso la scuola.

L’autista spesso aspettava che attraversassi la strada, prima di ripartire. Poi, vedevo la macchia arancione scomparire nuovamente lungo la strada, fino a farsi sempre più piccola, per poi scomparire definitivamente.

La corsa finiva, le vite di tanti studenti si dividevano lì.

Ma la vita continuava.

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4 thoughts on “L’autobus per andare a scuola.

  1. Il posto degli sfigati racconta l’irregolare che riposa nella vita.
    E che in troppi dileggiano, senza conoscere. Avendone il sospetto.
    Ecco perché tutti vorremmo fare gli scrittori, ove per ‘tutti’ si intende una massa disperante le cui fila si ingrossano di giorno in giorno.
    Ma il posto degli sfigati mette il silenziatore. E chiude i conti con il mondo.

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