Pensieri in libertà

Il mio primo giorno di NON scuola.

Come ogni mattina, ho corso per accompagnare in tempo il mio fratellino a scuola.

Mi ha salutato, dopo aver fatto un po’ di capricci, ed è entrato in aula. La maestra ha chiuso la porta, e quasi contemporaneamente anche le altre colleghe si sono apprestate a farlo.

Le lezioni sono ben presto cominciate in tutte le classi, nello sconforto più totale dei giovani scolari, ed un altro anno scolastico ha appena avuto inizio.

Mi sono seduta in auto e mi sono concessa cinque minuti di relax dopo la corsa mattiniera per non far fare tardi il mio bambino.

Un brivido. Poi un altro. Oggi è il mio primo giorno di non scuola.

Pochi mesi fa avrei riso di gusto, se mi avessero detto che avrei sentito la mancanza della scuola. Ed ora, a distanza di sole dieci settimane dalla fine del mio ciclo scolastico, eccomi qui bloccata in automobile a ripensare con malinconia alla mia carriera scolastica.

L’idea di andare a scuola mi aveva sempre esaltato. Avevo scelto con gioia il mio primo grembiulino blu, ed avevo litigato con la mia mamma per scegliere lo zaino giusto ed il portacolori. E il diario, con le stampe dei miei cartoni animati preferiti.

Quella notte non avevo dormito, tanta era la felicità che provavo.

E, alle sette in punto, ero già perfettamente lavata e vestita, ed aspettavo impaziente che mia madre cominciasse a riempirmi di foto.

Zaino in spalla, occhiali rosa rigorosamente rotondi, ed ero corsa dinanzi la scuola. Avevo solo sei anni, ma sapevo già leggere, scrivere e fare di conto. Conoscevo le tabelline ed ero in grado di risolvere divisioni a due cifre.

Alla scuola materna le insegnanti avevano intimato mia madre di iscrivermi in prima elementare a soli cinque anni, ma lei aveva sempre rifiutato con vigore. Perché far perdere alla bambina un altro sano anno di giochi?, aveva continuato a cantilenare per un anno intero.

Dunque, il grande giorno era arrivato. Chiamarono il mio nome quasi immediatamente ed io, piccola topa da biblioteca, mi ero incamminata verso la salita impettita ed orgogliosa. E felice.

Feci immediatamente breccia nel cuore di insegnante e bambini, col mio modo di essere solare e studiosa, senza mai sprofondare nella superbia.

Studiavo con reale interesse e facevo domande, progetti e ricerche.

Ben presto la mia maestra manifestò una sorta di stima nei miei confronti. Sapeva che avrei continuato a scrivere, e mi aiutò a coltivare questo interesse proponendomi esercitazioni e stimolandomi a creare.

Ogni mattina mi svegliavo col sorriso sulle labbra, felice di entrare in quell’edificio rosa per imparare qualcosa di nuovo.

Alle scuole medie, la situazione era mutata.  Chiusa in me stessa, avevo continuato a studiare diligentemente ma, puntualmente, c’era sempre qualcuno più bravo di me. Solo col tempo aprii gli occhi e mi resi conto che, la maggior parte dei miei compagni che mi avevano superato quanto a voti e rendimento, non erano realmente studiosi. C’era altro: stavo entrando nel mondo degli adulti, dove le raccomandazioni ti illudevano di essere migliore. E se non eri raccomandato, nonostante la tua bravura, rimanevi indietro.

Mi chiusi in un mondo fatto di musica. Mi rifugiavo dalle ingiustizie e dai cambiamenti che stavano avvenendo attorno a me, infilandomi le cuffie nelle orecchie.

Ma, alle scuole superiori, ero rinata.

Quel nuovo edificio verde mi aveva cambiato.

Ero stata costretta a scegliere un istituto tecnico, poiché costretta dai miei genitori. Mi ritrovai dinanzi alla piazza, trascinata lì con la forza, mentre le lacrime mi rigavano il viso.

Avrei odiato quella scuola, promisi a me stessa.

Non riuscii a mantenere la promessa per più di una settimana.

La mia risata fragorosa e sincera echeggiava in quei corridoi moderni e pieni di luce, mentre gli insegnanti si alternavano ed imparavano a conoscermi.

Avevo sottolineato fin dal primo giorno che quella non sarebbe mai stata la mia scuola, e dall’altro canto tutti si impegnarono per farmi cambiare idea.

Nel giro di poco tempo, le mie doti vennero fuori e tutti furono sorpresi, come al solito, dall’interesse che mettevo in ogni situazione. Non mancavano mai le domande: ero troppo curiosa di scoprire i dettagli di quelle odiatissime materie.

Mi iscrissero ad ogni corso pomeridiano inimmaginabile, per far emergere ancor di più la mia bravura. E non ricordo, nel corso degli ultimi cinque anni, di un solo giorno trascorso ad annoiarmi, durante le lezioni.

Non un volto sconosciuto, non un segreto in quei luminosi corridoi.

La scuola mi ha dato tanto, ma so di aver dato altrettanto anch’io.

Ho incontrato il mio docente di letteratura, l’altro giorno. Mi ha accolto con vigore tra le sue braccia e mi ha detto che ora la mia vita è nelle mie mani, e nessuno deciderà più per me. Ovviamente, sarò una persona migliore poiché porterò con me un bagaglio culturale vastissimo, riempito di diverse materie, anche contrastanti tra loro.

E, a detta sua, le persone con un ampio bagaglio culturale sono le migliori.

Ho troppo poca autostima per credergli, ma sfoggio l’ennesimo sorriso sincero, rido fragorosamente e vado avanti.

La campanella mi fa tornare bruscamente alla realtà: è l’ora di uscita! La prima giornata di scuola per il mio piccolo fratellino è terminata. Quante ore sono trascorse? Forse parecchie, ma quando si tratta di ricordare la scuola non riesco a smettere.

Quasi immediatamente scruto il mio fratellino mentre esce da questo edificio sudato e felice; stringe la mano ad un bambino. Mi corre incontro ed attacca a raccontarmi ogni minimo particolare della giornata appena trascorsa. Poi mi presenta il bambino, che nel frattempo ridacchia sereno e spensierato mentre gli tiene stretta la mano.

È il mio migliore amico, annuncia.

Un altro anno scolastico è cominciato. E, per la prima volta, io non entrerò in una scuola, se non per accompagnare il mio bambino.

Il suo zaino sulle mie spalle, e mi faccio forza. Nell’ilarità generale, non posso che urlargli: buon primo giorno di scuola!

Di tutta risposta, mio fratello mi guarda e, facendo l’occhiolino al suo nuovo amico, mi stringe la mano e risponde: buon primo giorno di non scuola, a te, sorellina!

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